Appena poche settimane fa, in un pamphlet che riassumeva i temi della sua lunga passione civile, Adolfo Battaglia poneva a sé stesso e ai lettori l’interrogativo cruciale e ancora senza una risposta definitiva: “Come ha potuto un grande Stato democratico disgregarsi senza reazioni adeguate?”. O per dirla nel modo più letterario possibile, citando Leopardi: “Chi ti tradì?…. Come cadesti o quando?”. Battaglia si è spento ieri a 96 anni. Da esponente di quel Partito Repubblicano che Ugo La Malfa rifondò nella sostanziale fusione con una parte del Partito d’Azione, condivise il percorso destinato a ricollocare l’Italia nel novero delle democrazie occidentali, accettando la sfida del libero scambio contro i vari protezionismi in cui qualcuno avrebbe voluto ingessare il nuovo Stato costruito su presupposti liberal-democratici. Era figlio di Achille Battaglia, prestigioso giurista antifascista, ma aveva seguito la propria strada nel campo del giornalismo come collaboratore del Mondo di Mario Pannunzio.

Erano gli anni Cinquanta-Sessanta e in quel settimanale si coltivava l’idea stessa di un’Italia laica e tollerante, in grado di allargare gli spazi di libertà tra la Dc post-degasperiana e il Pci che ancora doveva cominciare il suo cammino verso occidente. Le due chiese e il sogno, rimasto tale, di una “terza via”. La lezione del Mondo Battaglia la fece rivivere nella Voce Repubblicana, di cui fu direttore fra il 1967 e il ‘72, facendone un foglio di intensa polemica civile. Nel frattempo si avvicinava alla politica attiva, entrando in Parlamento nel ‘72 e assumendo la responsabilità di vice-segretario del Pri.

Come ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (così si chiamava l’attuale ministero dello Sviluppo economico) in tre governi, dal 1987 al ‘91, fece approvare la legislazione sulla concorrenza e istituì l’autorità Antitrust. Non fu mai sfiorato dalla “rivoluzione” giudiziaria degli anni Novanta e, come si è detto, da allora non ha mai cessato d’interrogarsi sulle cause vicine e lontane del collasso della Prima Repubblica. È rimasto fino all’ultimo un uomo con una concezione alta della politica, legata a una cultura cosmopolita. Considerava lo “zenit” dell’incrocio fra pensiero e azione la Nota Aggiuntiva scritta da La Malfa nel ‘62 e offerta a un dibattito pubblico che non seppe coglierne, dai politici ai sindacalisti agli stessi industriali, le straordinarie potenzialità. La storia del Paese avrebbe potuto essere diversa, nel segno di una più seria visione riformatrice.