(di Sharon Nizza) Con un incontro dal titolo "Da Napoli a Gerusalemme" Erri De Luca ha aperto lunedì la quattordicesima edizione del Festival internazionale della letteratura di Gerusalemme, uno degli eventi di punta della Jerusalem Foundation. L'intervento - avvenuto in collegamento video - si ispira a una delle sue opere più note in Israele, Montedidio, in cui le due città sono accostate "come due capolinea di un viaggio", dice De Luca in un'intervista all'ANSA. Il sold out e le numerose domande dimostrano la grande accoglienza che il pubblico israeliano riserva da anni all'autore napoletano. Un evento dal carattere prettamente letterario che sfiora l'attualità quando è il pubblico a chiedere a De Luca - che in più occasioni si è detto 'sionista' - "se non abbia pagato un prezzo per le sue posizioni su Israele nel clima di boicottaggio internazionale".
"Non sono mai stato tanto attaccato in Italia e lo sarò ancora a lungo. Ma le mie convinzioni precedono i miei interessi, e sono disposto a perdere tutto per mantenerle", è stata la risposta. "Sionismo è diventato un termine dispregiativo per la politica di Israele. Invece per me è quel movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele. Sionista è chi crede a questo diritto.
Chi parla di una soluzione a due Stati riconosce che uno di questi è Israele. Sionismo non è espansionismo, che invece lo tradisce", dice lo scrittore all'ANSA, rivendicando la sua contrarietà al boicottaggio culturale come arma di dissenso. "Boicottare libri e scrittori è per me un atto contro natura. Si boicottano i governi, non i cittadini. Sono uno scrittore e difendo il diritto di tutti alla parola.
Sono contro Putin, ma dò il benvenuto a qualunque scrittore russo". De Luca replica anche a chi gli contesta di non utilizzare il termine 'genocidio' rispetto alla tragedia di Gaza. "Non uso questo termine per definire la distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati. A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l'avrebbe lasciata sul posto. Oppure estendiamo la parola genocidio alle battaglie di Rakka, Mosul, Mariupol, Aleppo", sottolinea.
Un'intervista rilasciata al quotidiano Israel Hayom nei giorni scorsi ha scatenato una valanga di insulti sui social media, in cui lo scrittore, considerato vicino alle istanze della sinistra, viene bollato come 'fascista'. "Sono una persona libera, non ho parte né a destra né a sinistra, anche se per sinistra italiana non so più cosa si intenda", replica De Luca, che si dice convinto che, al di fuori delle casse di risonanza dei social, esista un'altra realtà. "Al piano terra della società, le persone di buona volontà si incontrano, fanno volontariato, non si lasciano dividere dalle opinioni. Ho stima di persone che hanno idee lontane dalle mie, che però sono leali, generose". Non è una posizione binaria quella di De Luca.
Da sempre impegnato anche con la sua fondazione in missioni umanitarie, vede negli attivisti della Flotilla "persone che si espongono personalmente e fisicamente in nome di loro convinzioni e sentimenti, senza alcun tornaconto. Il loro pubblico e l'osceno maltrattamento dimostra non la forza, ma la debolezza di un governo indegno di rappresentare il popolo d'Israele". Da profondo conoscitore della realtà israeliana - un interesse nato quando ha cominciato anni fa a studiare ebraico antico "perché è la lingua originale del monoteismo ed ero curioso di conoscerla per spiegarmi come aveva potuto impiantarsi in mezzo al brulichio di politeismo del Mediterraneo'" - De Luca vede nelle imminenti elezioni il punto di svolta della società israeliana. "Questa sarà l'ultima guerra della regione, se il popolo palestinese sarà liberato dalla dittatura di Hamas e il popolo d'Israele si libererà del suo governo attuale. La pace, l'integrità della parola 'Shalom', comincerà da questo doppio sollievo".