(di Paolo Petroni) La perdita di punti di riferimento, la trasformazione dell'ordinario, lo scoprirsi in un altrove indefinito sembra un po' il filo rosso di questa edizione della Biennale Teatro. Anche negli ultimi due spettacoli tutto questo è presente in diverse forme. Sono due lavori apparentemente opposti, uno, 'Promemoria' di Davide Iodice sull'invecchiare, l'altro, 'Hewa Rwanda, Letter to the absent' di Darcy Rugamba sul morire giovani, uno sulla perdita di memoria, l'altro sull'importanza di far vivere il ricordo, ma ambedue indagano alla fine il senso della vita, il viaggio esistenziale, l'attenzione all'altro e l'importanza dell'amore, proprio in seguito a una perdita, a uno spaesamento totale. Seguendo il suo lavoro su spettacoli che portano all'attenzione il disagio, Iodice ci porta nella Rsa veneziana di San Giobbe, in un emozionante contatto con una serie di anziani non autosufficienti con gravi perdite di attenzione e di memoria, coinvolti su sedie a rotelle in azioni quasi attoriale.
Uno spettacolo itinerante attraverso tappe di un percorso, dall'ex chiostro alla palestra per la riabilitazione a sale di svago e riposo. Un lavoro difficilissimo, con gli assistenti nel ruolo di guide per i 'visitatori' e per gli assistiti stessi, tenendo in equilibrio il reale con i suoi labili confini e un recupero di ricordi e pensieri cui ridare un valore nell'azione del presente. L'introduzione è affidata a 'Cent'anni di solitudine' di Gabriel Garcia Marquez con Buendia alle prese con la peste dell'insonnia che porta all'oblio, mentre poi viene usata la metafora di un libro che ha perso i numeri di pagina e la punteggiatura e non ha quindi più un inizio e una fine precisi, una coerenza di senso. Ecco allora Emma che cura e annaffia una piantina di rose o Silvia con la sua viva coscienza femminile e un passato di sportiva che la porta a muoversi con leggerezza e movenze di danza.
Ecco poi Giorgio che compara la propria giovinezza con quella di sua nipote e ama i giochi con le parole; quindi un gruppo di ex lavoratori, dall'operaio di una fabbrica di lampadari a un gondoliere e un corridore ciclista ma anche pittore di paesaggi in una sala della creatività tra bambole di pezza o una casetta di fiammiferi. Il tutto c'è, persino talvolta con immaginazione e un minimo di creatività dell'essere in scena, ma va quasi sempre sollecitato, avviato perché la parola ritrovi significato nel rievocare la vita passata. "Ci vuole molto tempo per diventare giovani", affermava Picasso e qui tempo c'è stato per ritrovare comunque una certa freschezza. Si tratta più di una performance sulla fragilità umana di grande impatto emotivo che di un lavoro teatrale, sino al carosello finale di tutti quanti con le loro carrozzelle sulle note del 'Carrozzone' di Renato Zero: 'bella la vita che se ne va....'.
Darcy Rugamba invece scrive una 'lettera agli assenti', ai suoi famigliari, con i tanti fratelli e sorelle grandi e piccoli, tutti massacrati in pochi minuti il 7 aprile 1994 quando iniziò il letterale feroce sterminio di tutti i Tutsi da parte degli Hutu in Ruanda, il genocidio di oltre un milione di persone fatte a pezzi e spesso dimenticato e riportato da poco all'attenzione dall'autore di bestseller Michel Bussi con 'Le ombre del mondo' (ed. E/O). Rugamba si salvò non essendo a casa e fuggendo e oggi ripercorre la sua vita, gli anni felici in famiglia, i dissidi con i genitori cristiani per la sua conversione all'Islam, il tenero, sofferto rapporto con la madre e soprattutto quello col padre, poeta e fondatore di un Itorero, centro per la trasmissione della cultura ruandese. Ne restano tracce in questo lavoro, in questa lettura di un messaggio che parla anche del ritorno a casa, nel silenzio, nell'assenza di tutti, con la necessità di recuperare il ricordo per mantenere viva la memoria, gli affetti, per superare l'odio riscoprendo che l'unico sentimento salvifico è l'amore, da cui ora è nato a lui un figlio proprio nel maledetto mese di aprile che così torna segnato dalla vita, con un futuro. Rugamba, con alle spalle la foto di famiglia a colori che diventa in bianco e nero, legge al microfono e lo fa senza assolutamente recitare, con un tono e voce sempre eguale, forse a segnare come i fatti abbiano raggelato tutto.
In compenso con lui è il musicista e cantante senegalese Majnun che crea momenti evocativi, un riverbero emotivo vitale alle parole e la gente alla fine si alza in piedi per applaudire e per rispetto.