(di Mauretta Capuano) Entrata in cinquina con 'La sonnambula' (Bompiani), Bianca Pitzorno, 84 anni il prossimo agosto, non ha potuto partecipare il 3 giugno alla prima votazione del Premio Strega 2026 a Benevento, ma farà di tutto per esserci l'8 luglio alla proclamazione del vincitore, per la prima volta in Piazza del Campidoglio a Roma, per l'80/o anniversario del più importante premio letterario italiano. "L'età non è uno scherzo, continuo a fratturarmi a causa dell'osteoporosi. Al Teatro Romano di Benevento volevo fare un collegamento video, ma non è facile, per questioni tecniche, all'aperto. Alla finale però ci sarò, cercherò di venire", dice all'ANSA la scrittrice, autrice di quasi 70 libri, punto di riferimento per la letteratura per ragazzi. 'La sonnambula', storia di una donna di fine Ottocento che fin dall'infanzia ha svenimenti in cui vede il futuro, è "un libro che mi ha spiazzata perché da quando è uscito, il 5 gennaio 2026, la settimana dopo era già primo in classifica dove è stato per diverse settimane. Oggi è ancora nei Top Ten italiani, abbiamo venduto 60mila copie che oggi è una cosa sbalorditiva. Senza fare grandi pubblicità, senza fare interviste, evidentemente con il passaparola hanno cominciato a leggerlo in tanti" racconta. "Mia nonna ci ha lasciato un tesoro, una grande valigia piena di ritagli di giornali, di vecchie fotografie, una memoria di carta per cui io potrei pescare ancora sei libri. Tra questi ritagli ho visto la pubblicità della sonnambula che diceva di dare consulti su tutti gli argomenti per cinque lire, una bella cifra all'epoca. Da lì ho cominciato a ricostruire".
Ma si aspettava di entrare in cinquina? "Una volta nella dozzina dello Strega, pensavo che sarei stata tra i finalisti. Non è stata una grande sorpresa. 'I convitati di pietra' (Einaudi) di Michele Mari o è adorato o non piace, ma in tanti lo hanno apprezzato, è dato da tutti come vincitore.
Il libro di Matteo Nucci, 'Platone. Una storia d'amore' (Feltrinelli), è più complicato, è un librone grosso, però se vincesse lui quella sì sarebbe una grossa sorpresa. A me era piaciuto molto anche 'Lo sbilico' di Alcide Pierantozzi, ma è difficile fare previsioni". E se vincesse La Sonnambula? "Non lo so, io poi ho questa specie di marchio, che non riesco a togliermi di dosso, di scrittrice per bambini. Essere arrivata nella cinquina è forse il primo passo decisivo che dimostra che evidentemente questa divisione è un po' una stupidaggine.
Se vincessi io sarebbe un enorme sorpresa, però non è che ci tenga tanto, è già per me un gran traguardo essere entrata in cinquina. Ovviamente sarei contenta. Farò il tifo per chi vince". I suoi libri hanno venduto milioni di copie, come mai la ha stupita la tiratura de La sonnambula? "È la più alta in così poco tempo. Quando ho compiuto settant'anni avevo fatto il conto di tutti i miei libri per bambini e per adulti in italiano, senza contare le traduzioni ne avevo venduti in tutto 2 milioni, ma i miei libri sono quasi 70, alcuni delle cosette piccole di poco importanza, però almeno 50 veri e propri libri.
Il primo che ho pubblicato in assoluto è del 1972, 'Sette Robinson su un'isola matta', edito da Bietti". "La cosa buffa di questo libro è che il 99% di quelle storie sono vere, le ho ricavate - sottolinea - da giornali dell'Ottocento, da memorie familiari, parlo delle mie quattro bisnonne. Una di loro, appena sposata, è andata col marito a fare la guerra ai briganti e ha visto la povera brigantessa Michelina Di Cesare uccisa. Anche la Sonnambula, nel libro Ofelia Rossi, esisteva davvero? "Se tutte le settimane pagava per farsi pubblicità sul giornale evidentemente non solo esisteva, ma lavorava anche bene perché non è che costasse poco il riquadro pubblicitario".
La Sonnambula nel libro è una veggente, non una che si alza e cammina durante il sonno? "All'università ho studiato tradizioni popolari con Ernesto De Martino. Già da quando Mesmer nel Settecento ha cominciato a fare gli studi sul magnetismo umano chi andava in trance veniva chiamato sonnambulo. In origine era un sinonimo di medium.
La Ofelia Rossi del romanzo esercitava con il nome di Elisa Morello, ma non era veramente una sonnambula, in tutta la sua vita avrà avuto una decina di queste vertigini con profezie, la sua vera magia era l'empatia. Riusciva a ricostruire dagli sguardi, dagli atteggiamenti. Ma non era un'imbrogliona, aiutava veramente le persone, ascoltava i loro sogni, era una forma di psicoterapia. Mi ha colpita che in una piccola città di provincia, come era in particolare Sassari a fine Ottocento, ci fosse un bacino di utenza così vasto.
Vuol dire che non era considerata una cosa da farsi di nascosto. È uno dei romanzi che mi sono divertita di più a scrivere".