(di Lucia Magi) "Un 70% Humphrey Bogart, un 30% Bugs Bunny". Così i produttori esecutivi Phil Lord e Christopher Miller, premiati con l'Oscar per 'Spider-Man: Un nuovo universo', hanno descritto in un recente evento a Los Angeles l'ultimo nato nel prolifico universo Marvel. 'Spider-Noir', la nuova serie di otto episodi prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video e MGM+, arriva sulla piattaforma il 27 maggio in due versioni identiche ma opposte: una in bianco e nero e una a colori. "Volevamo un racconto che non si prendesse troppo sul serio", dà ragione a Lord e Miller il creatore Oren Uziel durante una tavola rotonda con la stampa internazionale.
"Amo il genere noir perché, anche se può diventare molto oscuro, ha sempre un guizzo di ironia, con ammiccamenti maliziosi e quella perenne scintilla negli occhi del detective protagonista". Uziel cita apertamente 'Il grande sonno', con uno "straordinario" Bogart-Marlowe che "si diverte, gioca con il cappello, scherza", ma anche 'The Thin Man' ('Luomo ombra', del 1935) con il suo "tono leggero, in perfetto equilibrio tra l'intrigo mistery e il sorriso", spiega all'ANSA lo showrunner, già sceneggiatore di '22 Jump Street' e 'The Lost City'. Protagonista in questo caso è Nicolas Cage, per la prima volta alla guida di una serie live-action televisiva, ma non al suo debutto nel mondo creato da Stan Lee: aveva già dato voce a Spider-Noir nel film d'animazione di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman del 2018. Ben Reilly è un investigatore privato caduto in disgrazia che cerca di sopravvivere tra casi di divorzio, bicchieri di whiskey e tante sigarette (finalmente un noir moderno in cui il puritanesimo hollywoodiano non obbliga a soprassedere sul noto tabagismo dei detective classici).
Tormentato dal passato e dalla perdita della donna amata, che non ha potuto salvare quando da giovane era il supereroe della città, Reilly è costretto a vincere la riluttanza e a tirar fuori dal baule la tuta dello Spider-Man Noir. New York è in mano al crimine e ha bisogno di lui. "Nicolas non avrebbe mai fatto qualcosa di ordinario o troppo lineare - continua Uziel -. Abbiamo lavorato insieme per trovare il giusto equilibrio tra oscurità e leggerezza. In fondo, abbiamo fatto un film di Bogart in cui Bogart, semplicemente, è l'Uomo Ragno". Gli otto episodi della serie che ha convinto l'Oscar per 'Via da Las Vegas' ad approdare sul piccolo schermo richiamano il grande cinema hard boiled: le ombre profonde, il detective disilluso, i gangster, i nightclub fumosi, la femme fatale e quella metropoli sospesa tra eleganza e miseria, tra grattacieli e Grande Depressione.
La serie è ambientata in una New York del 1933, ma è stata girata tra gli edifici Art Déco di Downtown Los Angeles. "Rispetto all'omonimo fumetto che ci ha ispirati, ho chiesto di invecchiare il personaggio principale", racconta il creatore, nato nel 1974. "Io non sono più un liceale. E i problemi che hanno i ragazzi delle superiori sono diversi da quelli che ho io.
Ho sentito dei parallelismi tra Ben Reilly e il mio percorso a Hollywood: quando cominci da giovane, ti senti un supereroe in grado di fare qualsiasi cosa, per poi trovarti a sbattere contro un sacco di delusioni, a rialzarti e a continuare a camminare, perché alla fine è questo che ami fare. Mi interessava raccontare un uomo che ha sbattuto su tanti muri nella vita eppure ci prova ancora. Tutti possiamo sintonizzarci con qualcuno del genere". Da qui nasce un protagonista malinconico, ironico, non più troppo flessibile e agile, molto più vicino ai detective di Bogart - oppure al Walter Neff di 'La Fiamma del Peccato' e a Jake Gittes di 'Chinatown' - che ai supereroi tradizionali Marvel.
Nel cast figurano anche Lamorne Morris nel ruolo del giornalista Robbie Robertson e Karen Rodriguez in quelli della segretaria Janet. "Ho sentito parecchia pressione quando ho accettato la parte - confessa all'ANSA il primo, già apprezzato nella quarta stagione di Fargo e in New Girl -. I fan della Marvel possono essere molto severi e il mio personaggio era già stato sullo schermo nei film di Sam Raimi grazie all'incredibile interpretazione di Bill Nunn. Solo una serie poteva approfondire il suo arco e assegnargli una storia". Karen Rodriguez (Nido di vipere e Acapulco) ricorda con emozione il rapporto con Cage sul set: "Alla fine della mia ultima giornata sul set, tutti applaudivano mi abbracciavano.
Non dimenticherò mai Nicolas lì al centro, con uno sguardo quasi paterno, orgoglioso e dolce... come se dicesse: 'Ce l'hai fatta, baby'".