La lotta all’Alzheimer potrebbe aver trovato un alleato inaspettato: la pelle. Una nuova e promettente linea di ricerca sta dimostrando che parametri cutanei come idratazione, pH e vascolarizzazione non sono solo dettagli estetici, ma veri e propri segnali di allerta capaci di rivelare lo stato di salute del cervello ben prima che compaiano i vuoti di memoria o i sintomi tipici della demenza. A fare il punto è Arianna Di Stadio, neuroscienziata e ricercatrice presso l’UCL Queen Square Institute of Neurology di Londra. L’intuizione alla base di questo approccio è affascinante quanto profonda.

“La pelle è il più grande organo recettoriale che possediamo, ricco di terminazioni nervose che inviano messaggi al nostro cervello”, spiega la scienziata. “Il cervello e la pelle hanno molto in comune. Innanzitutto - continua l’esperta - hanno la stessa derivazione embrionale, ovvero nello sviluppo fetale condividono la stessa origine dall’ectoderma. Inoltre, lo stress e l’ansia, condizioni che ad oggi sappiamo essere correlate alla neuroinfiammazione, sono in grado di scatenare delle reazioni cutanee attivando l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con il rilascio di cortisolo.

Bisogna anche sottolineare che la pelle risponde, così come il cervello, ai neurotrasmettitori”. La solidità di questa connessione non è più solo teorica, ma poggia su evidenze raccolte in studi internazionali di grande rilievo. Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Molecular Science ha evidenziato come l’acidità, la circolazione e l’idratazione della pelle cambino in presenza di Alzheimer, modificandosi grazie a terapie mirate. “Uno studio su campioni di pelle di oltre 300 persone, pubblicato su Jama Network, ha identificato la presenza dell’alfa-sinucleina solamente nella pelle di coloro affetti da malattie neurodegenerative, convalidando l'ipotesi che un esame istologico potrebbe confermare la diagnosi”, aggiunge Di Stadio.

Un ulteriore tassello arriva dalla rivista Scientific Reports, dove uno studio condotto su oltre 2000 persone ha dimostrato che l’auto-fluorescenza cutanea può segnalare in anticipo l'accumulo di prodotti legati all’infiammazione cronica. “Tutti questi studi, anche se devono considerarsi preliminari, sono assolutamente promettenti”, precisa l’esperta. Il punto di svolta, tuttavia, risiede nell’opportunità terapeutica. “Le malattie neurodegenerative in fase precoce hanno una grande componente neuroinfiammatoria, che è più facilmente trattabile di quella neurodegenerativa”, afferma Di Stadio. “Se gli studi sulla pelle ci permettessero di intercettare la neuroinfiammazione si potrebbero analizzare i parametri cutanei sotto forma di screening, così da poter trattare tali patologie con largo anticipo”, aggiunge. Intercettare questo “incendi” prima che distrugga i neuroni significherebbe poter intervenire tempestivamente.

La notizia incoraggiante è che la medicina non deve necessariamente attendere decenni per trovare nuove soluzioni. “Inoltre, poter disporre di uno strumento di screening basato sull’analisi della pelle assume grande rilevanza in considerazione del fatto che oggi il medico ha a disposizioni molecole anti-neuroinfiammatorie efficaci e sicure come, ad esempio, quelle che abbiamo utilizzato in passato per trattare il Long Covid, in grado di intervenire precocemente e sulla progressione delle patologie neurodegenerative”, commenta la ricercatrice. Guardando al futuro, la sinergia tra tecnologia ed intelligenza artificiale potrebbe trasformare un semplice screening del viso in una procedura di routine, capace di cogliere il momento esatto in cui invertire il processo. L’auspicio della scienziata è chiaro: “Ritengo che studi combinati di neurologia e dermatologia siano fondamentali ed utili per identificare i biomarcatori precoci delle malattie neurodegenerative analizzando le caratteristiche della pelle, in particolare del viso”. In un ventennio in cui l’incidenza delle demenze è destinata a crescere, la capacità di leggere i messaggi inviati dalla nostra pelle potrebbe rappresentare la chiave per proteggere il nostro bene più prezioso: la memoria.