C’è una domanda silenziosa che attraversa la traccia sull’adultescenza. Non riguarda soltanto i ragazzi ma riguarda noi. Che cosa vedono i giovani quando guardano gli adulti? Vedono qualcuno da raggiungere?
O qualcuno che, invece, sta tentando disperatamente di restare giovane? La riflessione proposta fra le tracce per i temi della maturità a partire dal testo di Frank Furedi tocca un nodo delicatissimo del nostro tempo: la fatica di crescere in una società che sembra avere smarrito il valore della maturità. Perché l’adolescenza, da sempre, è un’età di passaggio. È corpo che cambia, emozione che trabocca, pensiero che cerca forma, identità che prova a nascere.
Ma per attraversare quel passaggio serve una riva. Serve qualcuno che sia già dall’altra parte, serve un adulto. Non un adulto perfetto ma un adulto presente. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che imitino il loro linguaggio, i loro vestiti, i loro codici, le loro fragilità.
Hanno bisogno di adulti che conoscano la fatica del limite e non la temano. Di adulti che sappiano dire “no” senza umiliare, “sì” senza abbandonare, “ti accompagno” senza sostituirsi. Crescere è un processo delicato. Non è un comando e non basta dire a un ragazzo “devi maturare” perché maturi.
La maturazione ha bisogno di tempo, di esperienza, di errore, di fiducia. Il cervello adolescente è un cantiere aperto: le emozioni corrono veloci, il desiderio cerca riconoscimento, il bisogno di appartenenza diventa spesso più forte della capacità di valutare le conseguenze. Per questo l’adulto è fondamentale. Non come controllore ma come regolatore.
Come presenza che aiuta a dare nome a ciò che il ragazzo sente prima ancora di riuscire a comprenderlo. Ma se l’adulto stesso non sa regolarsi, se ha paura di invecchiare, se vive ogni limite come una perdita, se cerca continuamente approvazione, allora il ragazzo resta solo dentro la propria tempesta. L’adultescenza è questo: non semplicemente l’adulto che vuole sembrare giovane, ma l’adulto che rifiuta il compito profondo della propria età. Essere adulti non significa spegnersi.
Non significa diventare duri, freddi, distanti. Significa diventare affidabili. Significa poter dire a un figlio, a uno studente, a un ragazzo: “Io ci sono. Anche quando tu non sai chi sei. Anche quando sbagli, anche quando mi respingi e anche quando la tua emozione è più grande delle tue parole”. Oggi, però, la nostra società sembra celebrare la giovinezza come unica età desiderabile.
Si deve restare giovani nel corpo, nell’immagine, nel linguaggio, nel consumo, nello sguardo degli altri. La maturità viene vissuta quasi come una sconfitta, la vecchiaia come qualcosa da nascondere, la responsabilità come un peso da evitare. Ma se diventare adulti viene raccontato solo come perdita, perché un adolescente dovrebbe desiderarlo? È qui che la traccia diventa profondamente educativa.
Non possiamo chiedere ai giovani di crescere se noi adulti non testimoniamo che crescere ha senso. Non possiamo chiedere loro di tollerare la frustrazione se siamo i primi a non reggere un rifiuto, una critica, una fatica. Non possiamo chiedere loro di staccarsi dagli schermi se noi stessi viviamo prigionieri dello sguardo altrui. Non possiamo chiedere loro profondità mentre offriamo modelli di superficie.
Il problema, allora, non è colpevolizzare i ragazzi. Sarebbe troppo semplice e profondamente ingiusto. I ragazzi non sono una generazione perduta ma sono una generazione esposta. Esposta a un mondo rapidissimo, performativo, iperstimolante, spesso povero di pause e di adulti davvero disponibili.
Sono ragazzi che, molte volte, non rifiutano di crescere: non trovano abbastanza adulti capaci di rendere desiderabile la crescita. Educare significa proprio questo: rendere desiderabile il futuro. Un adulto educante non è chi occupa la scena. È chi permette al ragazzo di nascere alla propria scena.
Non è chi dice “ai miei tempi era diverso”. È chi sa stare nel tempo presente senza rinunciare alla propria funzione. Non è chi protegge da ogni dolore, è chi insegna che il dolore si può attraversare, che l’errore non distrugge, che la fatica non è nemica della vita. Ogni ragazzo, per crescere, ha bisogno di sentirsi visto. Ma non basta essere guardato. Deve essere riconosciuto.
C’è una differenza enorme. Lo sguardo giudica, misura, confronta. Il riconoscimento dice: “Io vedo la tua fatica, ma vedo anche la tua possibilità”. Questa è la postura adulta di cui abbiamo urgente bisogno. Forse dovremmo smettere di domandarci perché i giovani fanno fatica a diventare adulti e iniziare a chiederci quale immagine dell’età adulta stiamo offrendo loro. Se l’adulto è solo stanchezza, rinuncia, ansia, prestazione, nostalgia della giovinezza, allora crescere farà paura.
Se invece l’adulto diventa presenza, cura, responsabilità, pensiero, libertà interiore, allora crescere può tornare a essere una promessa. E forse il cuore della traccia è tutto qui. Non si cresce da soli ma si cresce dentro relazioni che reggono. Si cresce quando qualcuno, prima di noi, ha avuto il coraggio di diventare grande.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche