È in corso in Parlamento una discussione cruciale che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui gli italiani accedono ai medicinali. Con la riforma del settore nel nuovo Testo Unico della legislazione farmaceutica, l’Italia deve decidere se far cadere l'ultimo tabù digitale, consentendo la vendita online anche dei farmaci con obbligo di ricetta per allinearsi alle norme Ue. Tra gli emendamenti presentati in Senato - coordinati dal relatore Ignazio Zullo - la proposta è chiara: permettere ai cittadini di ordinare medicinali con ricetta, inclusi quelli rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), direttamente dal sito web registrato della propria farmacia di fiducia. Non si tratta di una speculazione per appassionati di tecnologia, ma di una risposta a un bisogno concreto.
Almeno secondo una ricerca italiana condotta da IQVIA e commissionata dall’European Association of E-Pharmacies (EAEP), secondo la quale un italiano su due mostra un elevato interesse verso questo servizio. Il dato vola al 66% tra chi usa farmaci regolarmente e al 52% tra i pazienti cronici. A dare una dimensione macroeconomica a questa transizione ci pensa invece il think tank Alliance for Safe Online Pharmacy (ASOP Eu), che ha affidato all’Istituto Copenaghen Economics lo studio “Unlocking the benefits of online access to prescription medicines across the Eu”. I risultati sono da capogiro: se i 19 paesi Ue che ancora vietano questo canale (Italia inclusa) eliminassero le restrizioni, si genererebbero benefici in termini di comodità e tempo risparmiato pari a 1,343 miliardi di euro nel breve periodo, destinati a diventare 2,325 miliardi nel lungo periodo.
Il perché i cittadini spingono per il click è presto detto. I vantaggi principali si riassumono in tre pilastri: comodità (26%), flessibilità (11%) e continuità assistenziale (22%). Le farmacie online non sarebbero “entità astratte”, ma piattaforme web gestite da farmacie fisiche realmente esistenti sul territorio e certificate. “Il divieto italiano alla vendita di farmaci con ricetta online risale ai primi anni 2000 con l’obiettivo di garantire la protezione della salute pubblica”, ricorda Martino Canonico, Head of Brussels Office di EAEP. “Ma ad oggi, dopo più di vent’anni in cui questa pratica funziona ed è integrata nei sistemi sanitari di paesi come Olanda, Germania, Danimarca, Portogallo e Svezia, questa preoccupazione non ha più fondamento, come riconosciuto anche dalla Corte di Giustizia europea.
Non si può più sostenere che vietare l’ordine online protegga la salute pubblica, soprattutto ora che gli strumenti digitali e le tutele ci sono tutti”, aggiunge. Secondo Canonico, il potenziale impatto sulla mancata aderenza terapeutica - che in Europa causa 200.000 morti premature all'anno - è enorme. L’online permetterebbe consegne ricorrenti, monitoraggio da remoto e promemoria digitali. Per chi teme il rischio di farmaci contraffatti o problemi di privacy, Canonico azzera i dubbi.
“La tracciabilità è totale grazie alla Falsified Medicines Directive europea del 2011, che impone il barcode 2D su ogni singola confezione, scansionato e verificato dall'autorità competente”, spiega Canonico. “Paradossalmente, oggi molti pazienti usano app di consegna terze e non regolamentate nate durante il Covid, lasciando il farmaco in mano a intermediari non professionisti. Con il canale online ufficiale, invece, il procedimento - continua - è sicuro, normato e il trasporto segue standard rigidissimi. Anche sul fronte privacy, infrastrutture come il GDPR e lo Spazio europeo dei Dati Sanitari garantiscono i massimi standard, esattamente come per il canale fisico”.
Inoltre, per patologie complesse o per i pazienti residenti in aree rurali e isolate, l’e-pharmacy diventerebbe un fondamentale “equalizzatore di mobilità”. Tuttavia, c’è anche chi solleva perplessità di natura clinica e strategica. Il timore principale è che la spersonalizzazione dell’acquisto porti a una perdita di controllo terapeutico, all’iper-consumo o all’aggiramento delle regole per sostanze sensibili. A dare voce a questa forte cautela è Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF), che invita a riflettere sul modello di sanità che l’Italia sta faticosamente costruendo. “La non presenza fisica negli acquisti può portare a una mancanza di controllo da parte del farmacista erogatore e a un eccesso di farmaci assunti”, afferma. “Perdendo uno dei due controlli ci esponiamo a un pericolo”, aggiunge Genazzani.
Ma il tema principale è l’assetto del Servizio Sanitario Nazionale. “L’orientamento politico attuale è quello di mettere la farmacia territoriale, presente in ogni isolato, al centro del SSN, trasformandola in un avamposto di prossimità che eroga servizi, diagnostica e alleggerisce gli ospedali. Se questa è la strategia - continua - la vendita online va in controtendenza: mette più stress sul medico e azzoppa l’idea della farmacia come presidio centrale. Dire che la farmacia è al centro della prossimità, ma poi farsi spedire i farmaci per posta, è un paradosso: le due cose non si sposano insieme”. Genazzani esprime dubbi anche l'argomento economico e quello legato all’aderenza terapeutica.
“Sui farmaci di prescrizione a carico del SSN - spiega - i prezzi sono negoziati a livello nazionale: costeranno tutti uguali, quindi online non ci sarebbe alcun risparmio per il cittadino. Anche l'aderenza terapeutica è un fattore culturale, non distributivo; non credo che ordinare da un computer invece di scendere in farmacia cambierà le cose. Al contrario, rischiamo di perdere quell'interazione umana fondamentale. Pensiamo ai cambi di dosaggio nei farmaci per l’ipertensione in estate: il paziente che dice al farmacista ‘mi sento un po’ fiacco’ fa scattare un campanello d’allarme prezioso.
Online tutto questo scompare, spingendoci a immaginare il farmaco come un bene di consumo qualsiasi”. D’altro canto le associazioni dei pazienti intervistate nel report IQVIA offrono la sintesi perfetta: semplificazione non significa sostituzione. Per un anziano con diabete, il farmacista sotto casa resta un punto di riferimento insostituibile per la gestione quotidiana della patologia. Al contrario, per un giovane lavoratore affetto da sclerosi multipla o per un caregiver che deve coordinare faticosamente il lavoro e il ritiro mensile di terapie salvavita, la consegna a domicilio programmata eviterebbe pericolose interruzioni della terapia.
La sfida che il Parlamento si appresta a votare non è quindi squisitamente tecnologica, ma di pura governance sanitaria.