“Aiutatemi a vivere la vita fino alla fine in modo per me dignitoso”. Oppure: “Aiutatemi a porre fine alla mia vita in modo per me dignitoso, perché la mia sofferenza è diventata insopportabile e priva di senso”. Due richieste che possono nascere dallo stesso letto d’ospedale, ma esprimono concezioni diverse della dignità e chiedono risposte diverse. È intorno a questa distinzione che ruota il documento della Società Italiana di cure palliative (SICP) sul rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito. Le due richieste, scrivono gli estensori, “rimangono radicalmente diverse”.
E proprio per questo, in una società pluralista, “diventa essenziale mantenere una distinzione chiara”, affinché ogni persona possa esercitare “una libertà di scelta autentica, realmente informata e libera da fraintendimenti”. Il tema è tornato al centro del dibattito dopo la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale e le pronunce del 2024 e del 2025, mentre il Parlamento non ha ancora approvato una legge nazionale e le Regioni si muovono in ordine sparso: la Toscana ha una legge dal 2025, confermata dalla Consulta, seguita dalla Sardegna; il Piemonte ha inviato linee di indirizzo alle ASL, nel Lazio è in corso una raccolta firme, mentre in Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia i tentativi si sono arenati. L’ultimo caso è quello dell’Emilia-Romagna, dove il 15 giugno la commissione Sanità ha avviato l’iter sul testo che disciplina l’accesso al suicidio medicalmente assistito. In questo scenario la SICP ha scelto di prendere posizione attraverso il suo Comitato per le questioni etiche (COMETE), volutamente plurale.
“Questo è il nostro contributo al dibattito pubblico, affinché si possa arrivare presto a una Legge organica sul suicidio medicalmente assistito. Il compito di una società scientifica è affrontare questi temi complessi con rigore e responsabilità, offrendo un contributo professionale, etico e organizzativo al confronto, ponendo al centro la dignità della persona malata e la sua libertà di scelta”, spiega Gianpaolo Fortini, presidente SICP. Le cure palliative, ricorda il documento citando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “affermano la vita e considerano il morire un processo naturale; non intendono né accelerare né ritardare la morte”. Il suicidio assistito “appartiene a un paradigma differente”. La differenza, per gli autori, è anzitutto di intenzione: “nelle cure palliative l’intenzione condivisa è curare e alleviare la sofferenza fino alla fine naturale della vita.
Nel suicidio medicalmente assistito (SMA) l’intenzione è provocare la propria morte”. Riconoscerlo, precisa la SICP, non significa negare il pluralismo etico né il diritto — per la maggioranza del Comitato — di vedere disciplinata la richiesta di morte volontaria. “Le diverse sensibilità etiche, culturali e professionali presenti all’interno del Comitato per le questioni etiche della SICP hanno rappresentato il presupposto metodologico indispensabile per la costruzione di un documento capace di individuare, attraverso il dialogo argomentato guidato dalla ricerca di una bioetica condivisa, punti di convergenza solidi e condivisibili. Le cure palliative e il suicidio medicalmente assistito – spiega Danila Valenti, vicepresidente SICP e presidente COMETE – rappresentano, infatti, due approcci differenti al fine vita, poiché rispondono a domande umane, cliniche ed etiche diverse.
Diventa essenziale mantenere una distinzione chiara, affinché ogni persona possa esercitare una libertà di scelta autentica. Queste due richieste esprimono differenti concezioni di dignità che, in una società pluralista, meritano rispetto e richiedono risposte adeguate e diverse”. Valenti ricorda che per “la natura stessa delle cure palliative e dell’etica della cura alla quale si ispirano, i professionisti delle cure palliative non abbandonano mai la persona malata e la loro famiglia nel percorso, sempre difficile e sofferto, di qualunque scelta nella malattia” Per spiegare la sofferenza il documento richiama il gap descritto dal medico britannico Kenneth Calman: la qualità della vita dipende “dalla distanza tra le aspettative, i valori e i desideri della persona e la realtà concreta della condizione vissuta”, e quando lo scarto cresce “cresce proporzionalmente la sofferenza”.
Le cure palliative provano a ridurre quella distanza; il suicidio assistito propone l’opposto: non ridurre il divario mantenendo la vita, ma “eliminare definitivamente il gap attraverso una morte intenzionalmente anticipata”. Il cuore del documento è una distinzione tra fasi. La presenza delle equipe palliative è “appropriata e importante” nella fase informativa e valutativa della richiesta, per verificare che la persona sia davvero informata e che la scelta non dipenda da un’insufficiente presa in carico. Sulla fase attuativa il documento è esplicito: “I singoli professionisti appartenenti alle équipe di Cure Palliative possono, secondo coscienza e a titolo personale, scegliere di partecipare al SMA”. Una formulazione che riconosce la libertà individuale del clinico ma lascia volutamente aperta la questione collettiva: come istituzione, la palliativistica non si identifica in quella fase.
Il rischio che la SICP vuole scongiurare, richiamando l’euristica della disponibilità di Kahneman e Tversky, è “una sovrapposizione simbolica”: alcune persone fragili potrebbero temere “che il sollievo della sofferenza nasconda una logica eutanasica” e rifiutare le cure. Tenere chiaro il confine, conclude la società, “non nasce da un atteggiamento ideologico, ma dalla necessità di proteggere la fiducia sociale nelle cure palliative”. “La libertà autentica”, conclude il documento, “non consiste soltanto nel riconoscimento astratto di un diritto, ma anche nella concreta possibilità di scegliere senza paura” e “nella concreta disponibilità di cure palliative di qualità”. In ogni caso, ribadisce la SICP, “i professionisti delle cure palliative non abbandonano mai la persona malata e la sua famiglia” nel percorso “sempre difficile e sofferto, di qualunque scelta nella malattia”.
Resta, sullo sfondo, una domanda che il dibattito legislativo dovrà prima o poi affrontare. Se il palliativista accompagna il paziente per settimane o mesi — conosce la sua storia, la sua famiglia, le sue paure, i suoi ripensamenti — e poi si ritrae nel momento dell’atto finale, chi prende il suo posto? Chi garantisce che in quel passaggio la persona non si trovi sola, o affidata a figure che non la conoscono? Il position paper della SICP non offre una risposta: non è nel suo mandato.
Ma la domanda, posta con questa chiarezza, è già una risposta.