Il pericolo può arrivare in volo. Il virus Ebola che si sta espandendo in Africa e - avverte l'agenzia sanitaria dell'Unione africana - sta mettendo a rischio “dieci Paesi africani, oltre alla Repubblica Democratica del Congo e all'Uganda”, può rappresentare una minaccia anche per l’Europa e, quindi, per l’Italia. Il motivo lo spiega l’infettivologo Matteo Bassetti: “Perché Ebola fa paura? Non si era mai vista una partenza dell'epidemia così rapida, anche confrontandola con le precedenti – premette -. Ci sono stati colpevoli ritardi (soprattutto locali) nel lanciare l'allarme”.
E aggiunge: “L’Europa e l’Italia possono essere a rischio, perché la grande mobilità delle persone alza il livello di probabilità di contrarre il virus. Basta che qualcuno arrivi via aerea da aree endemiche, per esempio per lavoro, e venga a contatto con altri trasmettendo fluidi corporei, e il gioco è fatto”. Procede a una velocità mai vista l’epidemia di Ebola: partita dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC), ha superato i confini nazionali, raggiungendo la vicina Uganda. Jean Kaseya, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) avverte: “Abbiamo 10 Paesi a rischio: Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia”. Di fronte a questa realtà l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) non ha potuto che prendere posizione: ha ufficialmente dichiarato il nuovo focolaio di Ebola in Africa Centrale come “Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale” (PHEIC).
A destare particolare preoccupazione nella comunità scientifica è la natura stessa del patogeno: i test di laboratorio hanno confermato che si tratta del ceppo Bundibugyo, una variante rara dell’Ebolavirus per la quale non esistono al momento né vaccini approvati né terapie specifiche, a differenza del più comune ceppo Zaire, contro cui negli ultimi anni si sono sviluppate efficaci contromisure. Si tratta di un virus che non si trasmette per via aerea, con il respiro o colpi di tosse, ma esclusivamente attraverso un contatto diretto con i fluidi corporei (sangue, vomito, feci, urina) di una persona che è già sintomatica. Tuttavia il contagio può avvenire anche attraverso altri due canali. Il primo è il contatto con oggetti, superfici o materiali contaminati da fluidi di persone infette, come biancheria, indumenti, aghi e strumenti medici non sterilizzati, superfici contaminate da sangue o altri fluidi.
Il secondo modo per contrarre l’infezione è il contatto con animali infetti (vivi o morti): in particolare, pipistrelli della frutta, primati non umani (scimmie, scimpanzé), altri animali selvatici cacciati per alimentazione. L’allarme in Africa è scattato all’inizio di maggio nella provincia di Ituri (RDC), dopo la morte ravvicinata di quattro operatori sanitari a Mongbwalu. Ma, secondo le ricostruzioni ufficiali, l’epidemia sarebbe nata prima, circa due mesi fa, e non sarebbe stata intercettata dalla sorveglianza epidemiologica a causa di un ritardo di rilevamento di circa quattro settimane. Un intervallo di tempo che ha permesso al virus di circolare del tutto indisturbato.
I dati aggiornati presentati dall’OMS e dai ministeri locali mostrano una situazione complessa e in rapida evoluzione: oltre 600 segnalazioni di casi sospetti nella RDC; almeno 139 decessi stimati legati al focolaio; 51 casi confermati in laboratorio nella RDC e due “importati” in Uganda (tra cui un paziente morto in una struttura sanitaria ugandese); più di 800 sotto osservazione e, quindi, attualmente monitorate. La diffusione iniziale è stata amplificata dal fatto che il ceppo Bundibugyo esordisce spesso con sintomi aspecifici (febbre, vomito, malessere generale), mentre le classiche manifestazioni emorragiche dell’Ebola tendono a comparire in ritardo. E questo ha ingannato i primi medici. In più c’è il fatto che che i funerali tradizionali della zona, che prevedono il contatto diretto con la salma, hanno agito da moltiplicatore del contagio. Secondo Bassetti, di fronte a un virus così pericoloso, “avremmo dovuto muoverci più rapidamente”. “Negli ultimi cinque anni l’Italia non ha fatto nulla - taglia corto l’infettivologo, direttore di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova -. Fortunatamente c’è un elemento che gioca a nostro vantaggio.
Questo virus ha due caratteristiche che ci proteggono: non si trasmette per via aerea, ma a contatto con liquidi corporei, e quindi è di più difficile diffusione; è un patogeno altamente letale e, quindi, uccidendo l’ospite, si autolimita nel trasmettersi ad altri”. “Detto questo, però, dobbiamo considerare che siamo di fronte alla peggiore epidemia di Ebola registrata nella storia - prosegue l’esperto -. Nel 2014-2016, ad esempio, partì piano e fece 30 mila casi in due anni. Ora, invece, il focolaio si è sviluppato a tempo di record: ufficialmente i casi sono 800, ma alcuni miei colleghi sostengono che sarebbero 10 volte di più”. "In realtà – aggiunge – il virus ha iniziato a diffondersi tre mesi fa e, quindi, c’è stato un colpevole ritardo. E per di più ciò è avvenuto in un territorio in difficoltà, in un’area a cavallo tra quattro Stati, perciò non remota, dove c’è la guerra.
Parliamo di quattro Paesi che non hanno la capacità di contenere l’epidemia e non certo aiutati dal periodo peggiore che stiamo vivendo sulla possibilità di prevederla: consideriamo che gli Stati Uniti hanno tagliato i fondi da destinare a queste contromisure”. Bassetti evidenzia “due segnali forti: sono quelli arrivati dall’epidemia di Hantavirus sulla nave da crociera MV Hondius e ora dal focolaio di Ebola in Africa”. “Nulla avviene per caso - sottolinea –. Quando la politica e i governi si girano dall’altra parte e non collaborano per avviare strategie anti-pandemiche, non fanno altro che aprire nuove strade ai virus”.
Quanto all’Italia, l’infettivologo insiste: “C’è il rischio che il contagio avvenga attraverso l’arrivo di persone per via aerea da aree endemiche, dove possono trovarsi anche per lavoro”. E conclude: “Mi auguro che la situazione si autolimiti, ma, se ciò non dovesse avvenire, troverebbe la peggiore risposta possibile da parte del nostro governo, che è di un immobilismo imbarazzante. Fino ad ora abbiamo visto Ebola come una minaccia legata solo al continente africano, ma chiediamoci come si comporterebbe in un contesto diverso? Venendo a come agisce Ebola, quali sono gli effetti che provoca il virus sull’organismo?
I sintomi compaiono dopo un periodo di incubazione che in genere è compreso tra due a 21 giorni (più spesso tra otto e 10 giorni) di esposizione al virus. All’inizio possono essere simili a quelli generati da molte altre infezioni. Sono febbre improvvisa, forte debolezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. In seguito, però, possono emergere altri sintomi, come vomito, diarrea, dolore addominale, rash cutaneo, sanguinamenti interni ed esterni (ad esempio da gengive o tratto gastrointestinale), non sempre presenti in tutti i casi.
L’evoluzione può essere molto rapida e, senza un adeguato supporto medico, portare a shock, insufficienza multiorgano e morte. Per arrivare a una diagnosi di Ebola servono test di laboratorio specifici eseguiti in centri attrezzati, attraverso tecniche come la PCR (reazione a catena della polimerasi) per rilevare il materiale genetico virale nel sangue o in altri campioni. Il trattamento per chi è stato contagiato prevede la reidratazione (per via orale o endovenosa), il supporto delle funzioni vitali (pressione, ossigenazione, funzione renale), la cura di eventuali infezioni batteriche sovrapposte. Negli ultimi anni, poi, sono stati sviluppati e valutati alcuni trattamenti antivirali e terapie a base di anticorpi monoclonali specifici contro Ebola e questi hanno migliorato la prognosi nei contesti in cui sono disponibili, soprattutto se somministrati precocemente.
Infine, contro alcuni ceppi di virus Ebola, sono disponibili vaccini utilizzati soprattutto per proteggere operatori sanitari e contatti ad alto rischio nei Paesi colpiti da focolai attivi, nell’ambito di strategie di “vaccinazione ad anello”: l’obiettivo è inibire la diffusione di una malattia immunizzando solo chi ha maggiore probabilità di essere infettato.