L’Oms avverte: “Ci troviamo ad affrontare un'epidemia di Ebola estremamente grave e difficile”. Epidemia che per ora nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) ha provocato 101 casi con 10 decessi, anche se, ha sottolineato il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, nella Rdc è molto più estesa: attualmente si contano oltre 900 casi e 220 decessi sospetti”, mentre “in Uganda 5 casi confermati e 1 decesso”. Un virus, Ebola, che pare sfuggire di mano. Lo pensa anche l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, professore dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. “È un’epidemia fuori controllo perché insiste su un’area in cui ci sono guerre continue, perché in quei Paesi c’è la fame, perché gli aiuti umanitari sono insufficienti - spiega Ciccozzi -. Quindi i contagi potrebbero allargarsi anche oltre i confini dell’Uganda e della Repubblica democratica del Congo. Pensiamo ai vaccini e non alla cosa più urgente: servono test molecolari rapidi che ci dicano, come avveniva per il virus Sars-CoV-2 durante la pandemia Covid, se una persona sia infetta anche quando Ebola è in fase di incubazione, ossia dai 2 ai 10 giorni, e il paziente non presenta ancora sintomi”.
L’Organizzazione mondiale della sanità non fa mistero della preoccupazione che si sta alzando. Partito dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC), il virus ha superato i confini nazionali, raggiungendo la vicina Uganda. Jean Kaseya, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) avverte: “Abbiamo 10 Paesi a rischio: Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia”. Di fronte a questa realtà l’Oms non ha potuto che dichiarare ufficialmente il nuovo focolaio di Ebola in Africa Centrale come “Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale” (PHEIC).
E ora il direttore Kaseya calca la mano. “Diversi aspetti di questa epidemia la rendono particolarmente complessa. Innanzitutto, il ritardo nell'individuazione (del primo focolaio) significa che ora ci troviamo a dover rincorrere un fenomeno in rapida diffusione. Stiamo urgentemente intensificando le operazioni, ma al momento l'epidemia ci sta superando”, spiega Kaseya. Ghebreyesus prosegue: “In secondo luogo, le province di Ituri e del Nord Kivu sono estremamente insicure, con un'intensificazione dei combattimenti negli ultimi mesi che ha causato lo sfollamento di oltre 100mila persone. Inoltre, tra la popolazione locale c'è una forte sfiducia nei confronti delle autorità esterne.
Nell'ultima settimana si sono verificati due episodi di violenza contro strutture sanitarie. Instaurare un rapporto di fiducia con le comunità colpite è fondamentale per una risposta efficace ed è una delle nostre massime priorità”. Ma c’è anche una terza ragione da considerare. “Non esistono vaccini o terapie approvati per il virus Bundibugyo - sottolinea il numero uno dell’Oms –.
Ci sono stati solo due precedenti focolai: in Uganda nel 2007 e nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012. Proprio per questo l'Oms ha riunito i leader di diverse organizzazioni partner nell'ambito della Rete provvisoria: l’obiettivo era parlare delle contromisure mediche, nonché esaminare lo stato di sviluppo di vaccini, terapie e strumenti diagnostici”. Le contromisure: priorità agli anticorpi monoclonali In quella sede l’Organizzazione, ricorda Ghebreyesus, “ha raccomandato di dare priorità a due anticorpi monoclonali per l'avanzamento nelle sperimentazioni cliniche”. Aggiungendo: “Raccomandiamo inoltre la valutazione dell'antivirale obeldesivir in una sperimentazione clinica come profilassi post-esposizione per le persone ad alto rischio di contatto. Questa sperimentazione clinica è attualmente in fase di sviluppo congiunto con l'Africa Cdc e il Collaborative Open Research Consortium on filovuruses. Stiamo inoltre discutendo con i partner i vaccini candidati in fase di sviluppo e produzione”.
Ghebreyesus non nasconde il suo pensiero: “La situazione peggiorerà prima di migliorare”, afferma. Ma, precisa subito dopo, “conosciamo questo virus e sappiamo come fermarlo: abbiamo fermato tutte le precedenti epidemie di Ebola e fermeremo anche questa”. “Riuscirci è possibile solo con l'unità - conclude il capo dell'agenzia ginevrina -. La domanda è quanto velocemente ci riusciremo e quante altre vite andranno perse prima di riuscirci. L'Oms è pienamente impegnata a lavorare sotto la guida dei governi della Repubblica Democratica del Congo e dell'Uganda, fianco a fianco con l'Africa Cdc e tutti gli altri partner.
Non ci fermeremo finché non avremo portato questa epidemia sotto controllo”. Questo è il punto nodale della questione. Ciccozzi ha appena pubblicato su The Lancet lo studio “Il virus Ebola di Bundibugyo e il divario cognitivo: ripensare la preparazione alle epidemie nell'era delle epidemie regionalizzate”, in collaborazione con i colleghi del Biocampus Francesco Branda, Mohamed Mustaf Ahmed, Zhinya Kawa Othman, Fabio Scarpa, Giancarlo Ceccarelli e Ntuli Kapologwe. A tale proposito spiega: “Questa epidemia va riportata sotto controllo con l’ausilio di test molecolari rapidi. Solo in questo modo si potrà capire se una persona è positiva al virus anche in fase di incubazione e non presenta sintomi.
Consideriamo che durante la prima settimana di contagio il paziente può presentare una sintomatologia che inganna, visto che è simile a quella generata da altri virus: potrebbe essere malaria, o influenza, o ancora Covid. Quindi è importante un test molecolare rapido che individui subito la sequenza dell’RNA virale della persona, infetta o meno che sia”. Ciccozzi non si ferma qui. Per contenere l’epidemia di Ebola, dice “bisogna ricorrere al cordone epidemiologico: verificare i contatti, capire se provengono dai Paesi vicini al focolaio, se si muovono in aereo e dove, se hanno avuto contatti con persone che abitano in Uganda e nella Repubblica democratica del Congo”. “insomma queste persone vanno monitorate - conclude Ciccozzi –. L’epidemia al momento è ad alto rischio proprio perché questo non avviene.
Così si rischia che possa sfuggire di mano”.