Ogni anno diciamo le stesse cose sulla maturità. L’ansia, il ripasso, le tracce, la commissione, i genitori più agitati dei figli, i gruppi WhatsApp che diventano pronto soccorso emotivo, le notti senza sonno, il caffè bevuto troppo tardi, i libri ancora aperti quando ormai non entra più niente. E ogni anno sembra difficile trovare parole nuove. Forse perché la maturità, in fondo, non è nuova.

È sempre la stessa scena che si ripete, ma con volti diversi. Ragazzi seduti davanti a un banco, adulti che li osservano, una scuola che per anni è stata quotidianità e che all’improvviso diventa ricordo. Si entra per fare un esame e, senza rendersene conto, si esce da un’età. È questo che spesso dimentichiamo.

Parliamo della maturità come se fosse solo una prova da superare. Come se tutto si riducesse al voto, alla prestazione, alla capacità di ricordare un autore, un teorema, un collegamento interdisciplinare. Ma la maturità non è soltanto un esame ma una soglia. E le soglie non si superano soltanto: si attraversano.

Con quella sensazione scomoda di essere ancora ragazzi e già costretti a misurarsi con qualcosa che assomiglia al mondo adulto. Per molti studenti quei giorni sono carichi di aspettative enormi. Non temono solo di sbagliare una prova ma temono di deludere. Di non essere abbastanza, di non reggere lo sguardo degli altri, di vedere il proprio valore ridotto a un numero.

Perché nessun voto può raccontare davvero una persona. Nessun esame può contenere la complessità di un adolescente, la fatica che ha fatto per arrivare fin lì, le notti in cui non ha dormito, le insicurezze che non ha detto, i problemi che ha tenuto nascosti, le paure che ha imparato a mascherare. La maturità valuta un percorso scolastico non misura una vita. Eppure, per chi la vive, sembra tutto enorme.

Ed è giusto che lo sembri. A diciotto anni ogni passaggio ha un peso assoluto. Ogni parola può ferire, ogni giudizio può restare addosso, ogni attesa può diventare pressione. L’adolescenza ha questa caratteristica: ingigantisce il presente perché non ha ancora abbastanza passato per ridimensionarlo.

Per questo dire a un ragazzo “stai tranquillo” serve a poco. A volte è quasi irritante. Nessuno si tranquillizza perché qualcuno glielo ordina con affetto. Meglio dire altro: “È normale avere paura. Vuol dire che ci tieni. Vuol dire che questo momento conta”.

L’ansia non va sempre cancellata. A volte è il segnale che siamo davanti a qualcosa di significativo. Diventa nemica quando ci paralizza, quando ci convince che siamo incapaci, quando ci fa credere che un errore sia una catastrofe. Ma un po’ di tremore appartiene alle cose importanti.

Le cose che non ci toccano non ci fanno tremare. La maturità fa paura anche perché chiude. Chiude cinque anni di abitudini, amicizie, conflitti, interrogazioni, campanelle, corse in ritardo, professori amati e detestati, compagni che forse non si rivedranno più nello stesso modo. Chiude un tempo in cui la vita era ancora organizzata da altri: l’orario, la classe, le materie, le giustificazioni, le vacanze.

Anche per chi resterà nella stessa città. Anche per chi continuerà a frequentare gli stessi amici. Anche per chi dirà che non vedeva l’ora di finire. La scuola superiore è una casa strana: spesso la si sopporta mentre la si vive e la si rimpiange quando è già diventata passato.

E allora forse, accanto al consiglio di studiare, dovremmo dare ai ragazzi un consiglio più raro: guardatevi intorno. Guardate bene quei corridoi che avete attraversato senza pensarci. Guardate i volti dei compagni prima di entrare. Guardate la tensione negli occhi di chi ride troppo forte per nascondere la paura.

Guardate quel professore che forse vi ha fatto arrabbiare e che, in questi giorni, vi sembrerà improvvisamente più umano. Guardate i vostri genitori fuori dalla scuola, mentre fingono disinvoltura e invece stanno trattenendo mille pensieri. Non attraversate questi giorni solo come una corsa a ostacoli. Non viveteli soltanto come un fastidio da togliere di mezzo.

La maturità è anche un addio. E gli addii, quando sono importanti, meritano presenza. La notte prima degli esami non torna. Non torna quella miscela assurda di paura e desiderio, di nostalgia anticipata e futuro ancora confuso.

Non tornano i messaggi mandati a mezzanotte, le frasi scaramantiche, le canzoni ascoltate per farsi coraggio, il libro aperto sulle ginocchia mentre la testa è già altrove. Non torna l’ultimo ripasso fatto più per compagnia che per reale utilità. Non torna quel sentirsi tutti sulla stessa barca, anche con chi per anni si è guardato appena. Un giorno molti di questi ragazzi ricorderanno pochissimo delle prove.

Forse dimenticheranno la traccia scelta, qualche domanda dell’orale, perfino il voto preciso. Ma ricorderanno il caldo di quei giorni. Il cuore che batteva prima di entrare. Le lacrime trattenute o lasciate andare.

Ricorderanno la sensazione di essere stati, per l’ultima volta, una classe. E forse è proprio questo il punto. La maturità non chiede soltanto di dimostrare ciò che si sa ma chiede di salutare ciò che si è stati. Agli adulti spetta un compito delicato.

Non aggiungere peso al peso. Non trasformare l’esame in una gara di famiglia. Non caricare i figli delle nostre aspettative, delle nostre paure, dei nostri rimpianti. Un genitore, in questi giorni, dovrebbe essere porto, non tribunale.

Dovrebbe ricordare al figlio che può impegnarsi senza identificarsi nel risultato, che può ambire a fare bene senza sentirsi finito se qualcosa va storto. “Fai del tuo meglio” è una frase giusta solo se contiene anche il resto: “E qualunque cosa accada, tu resti molto più di questo esame”. Perché è questo che molti ragazzi hanno bisogno di sentire. Non che andrà tutto benissimo.

Hanno bisogno di sentire che non saranno amati di meno se andrà diversamente dal previsto. Che non saranno guardati come una delusione. Che un’incertezza non cancella un percorso. Che la vita non è lineare come una pagella.

La vera maturità, forse, comincia quando si scopre che si può sopravvivere a una domanda difficile. A una risposta imperfetta. A un giudizio che non coincide con il proprio valore. Crescere significa anche questo: smettere di credere che per valere bisogna non sbagliare mai.

Ai ragazzi, allora, vorrei dire: preparatevi, certo. Prendete sul serio questo esame. Ma non lasciate che l’ansia vi rubi tutto il resto. Non fatevi attraversare da questi giorni come se fossero solo una minaccia.

Dentro questa paura c’è anche vita. C’è la vostra storia che cambia forma. Entrate in quell’aula con quello che sapete, ma anche con quello che siete diventati. Con le vostre fragilità, le vostre intuizioni, le vostre contraddizioni.

Nessuno arriva davvero pronto alle soglie importanti. Ci si arriva come si può. Un po’ preparati e un po’ spaventati. Un po’ grandi e un po’ ancora bambini.

La maturità non è la fine del mondo. Ma è la fine di un mondo. Quello in cui ogni mattina c’era una classe ad aspettarvi, un banco assegnato, una campanella a scandire il tempo, qualcuno che vi chiamava per cognome e vi chiedeva di giustificare un’assenza. Da domani, lentamente, il tempo sarà più vostro.

Perciò non sprecate questi giorni cercando solo di uscirne indenni. Anche con quella nostalgia che arriva prima ancora che qualcosa finisca davvero. Perché un esame, in fondo, si può anche ripetere. La notte prima degli esami, no.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche